Francesco Di Lorenzo

L'iPhone fallirà (2007)

Leggere anche solo le prime righe di questo articolo mi ha fatto ridere.

Veniva scritto nel 2007 su Bloomberg:

The iPhone is nothing more than a luxury bauble that will appeal to a few gadget freaks. In terms of its impact on the industry, the iPhone is less relevant.
[…]
(spiegando le ragioni del presuto fallimento) Apple is late to this party. The company didn’t invent the personal computer or MP3 player, but it was among the pioneers of both products. Yet there is no shortage of phones out there. There are already big companies that dominate the space, all of whom will defend their turf. That means Apple will have to fight hard for every sale.

Una lettura divertente, niente di che.
La storia è andata esattamente al contrario come ben sapete.

(via Paul Graham.)

Valore digitale

Mi sono accorto di un problema che affligge il mondo e in particolar modo l’italia: le persone comuni tendono a credere che tutto ciò che è digitale sia, per diritto, gratuito e il suo valore non sia nemmeno lontanamente paragonabile a qualcosa di materiale.

È un errrore in cui si può cadere facilmente, specialmente se non si riflette a fondo, per diverse ragioni:

  • Il digitale è riproducibile, per definizione, a costo zero.

  • Si crede che chi sviluppa sia ricco e che un singolo contributo non faccia la differenza; questo può essere vero per le grandi aziende, ma per i one-man shop non è così.

Un’applicazione deve essere gratuita perché ce ne sono tante gratuite, questa per molti è diventata la regola. Perché uno sviluppatore dovrebbe chiedere soldi per la sua applicazione quando può renderla gratuita e riempirla di pubblicità?

Non ho problemi a comprare un caffè al bar, ma mi faccio scrupoli a spendere 79 centesimi in un’applicazione che ha richiesto mesi di lavoro, magari a un solo sviluppatore, e che girerà su un dispositivo comprato per più di €500.

Trovo tutto ciò insopportabile (sia in qualità di utente utente che di sviluppatore) e credo che chi aggiri il sistema e ottenga gratuitamente ciò che ha un prezzo ragionevole (come il 99% della applicazioni su App Store), mettendo a rischio questo ecosistema fantastico che permette un’innovazione senza precedenti, sia un parassita.

iKamasutra: ad Apple non piacciono le brune

Vi riporto il curioso caso dei developer di iKamasutra, la cui applicazione è stata rimossa da App Store e Google Play, senza apparenti motivazioni valide.

[…] he explained that the app was removed because the icon was too explicit and the illustrations had too much detail, specifically brown hair color and facial details. That seemed like a minor bump in the road, and I agreed to change them both quickly.

È stato rifiutato l’aggiornamento (i capelli bruni rendevano le immagini troppo “realistiche”) e l’applicazione è stata rimossa per non ritornare mai più.
Anche dopo un successivo aggiornamento, che rimuoveva il “problema”, l’applicazione non è stata più accettata (con la stessa motivazione per la quale non si accettano più le fart app, ce ne sono troppe).

Una situazione decisamente spiacevole per gli sviluppatori (parecchio professionali) e per i clienti che avevano comprato l’app, ma cose del genere sono da tenere in conto quando la tua app si posiziona in una gray zone tra ciò che è permesso e ciò che non lo è.

Lo sviluppo di Facebook

Ryan Paul di Ars technica ha avuto la possibilità di farsi un giro nel quartier generale di Facebook e osservare, per un’intera giornata, come il prodotto viene sviluppato dagli ingegneri dell’azienda.

Sono emerse delle curiosità interessanti:

  • Nonostante la maggior parte del codice sia scritta in PHP, viene usato un transpiler che converte tutto in C++ e rende l’esecuzione del 50% meno gravosa sulle CPU dei server dell’azienda.

  • Il binario che fa funzionare il sito ed è eseguito sui server pesa complessivamente 1,5 GB.

  • Il sito viene aggiornato giornalmente (cambiamenti minori) e settimanalmente (cambiamenti più sostanziali).

  • Per aggiornare i server aziendali (spostare il binario di 1,5 GB) viene usata una versione modificata di BitTorrent.

Trovate molte altre curiosità nell’articolo di Ars. Lungo ma interessante.

Pagare per i servizi che usiamo, un privilegio che non ci è sempre concesso

Questo PDF, del fondatore di PinBoard (servizio di bookmarking a pagamento), è quantomai attuale se consideriamo l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook, avvenuta ieri.

Siamo sempre meno abituati a pagare per i servizi che usiamo, li facciamo diventare parte integrante della nostra vita e poi ci stupiamo se, non avendogli mai dato un soldo, questi ci vendono agli inserzionisti o finiscono per chiudere bottega.

È necessario un cambiamento che, ahimè, non vedo arrivare in tempi brevi. Meno che mai in Italia.

(via Shawn Blanc.)

Do things, tell people. These are the only things you need to do to be successful.

Il modello di Mc Donald’s

Ci pensavo mentre mangiavo il mio Chicken Legend, con Alessia, lunedì sera: c’è qualcosa nel modello di Mc Donald’s, qualcosa che lo rende infallibile, preciso come un software, fuori dal tempo, efficiente ed eseguibile prescindendo dal luogo geografico.

Che roba è?

Non lo so, ci sto riflettendo proprio mentre scrivo.

Posso dirvi quello che sono riuscito a cogliere dall’esterno e che, secondo me, ne è alla base del funzionamento:

  • L’ambiente: accogliente, ospitale e di classe quasi. Per quanto questa affermazione possa sembrare assurda difficilmente troverete un posto con un ambiente simile e così accessibile in città.

  • Il cibo: stesso sapore in tutto il mondo, se andate in UK e non apprezzate il cibo locale (cosa che mi è capitata qualche anno fa) Mc Donald’s diventa la vostra ancora di salvezza. Che che se dica il cibo di Mc Donald’s ha un buon sapore, poco importa che a mangiarlo per un mese di fila sia stato dimostrato faccia più male del cibo per cani. La gente nel 21esimo secolo ancora fuma, non mi stupisco del fatto che io stesso vada occasionalmente da Mc Donald’s.

Insomma capite bene che Mc Donald’s ha più similitudini con un software che con una catena di ristoranti:

  • È stato attentamente studiato, fateci attenzione, nulla è lasciato al caso. L’efficienza è paragonabile a quella di un algoritmo testato sul campo e migliorato per anni, provate a batterlo!

  • È stato “scalato” con successo a tutto il mondo, nell’ultimo anno nella mia città (Palermo) sono stati aperti altri 3 fast-food della catena, ad aggiungersi ai 3 che già c’erano.

Insomma una serie di riflessioni, molte delle quali probabilmente non vi saranno nuove, che però mettono in luce delle idee applicabili a diversi campi di interesse:

  1. L’importanza dell’esperienza dell’utente
  2. L’attenzione ai dettagli
  3. Il pensare in grande

Sorge quasi spontaneo il paragone con un’altra azienda che evito di fare per non beccarmi parolacce su Twitter.

The hacker way

Facebook si è quotato in borsa, circa 2 mesi fa.

Di seguito la parte iniziale della “lettera” scritta da Zuckerberg agli investitori, nella quale parla della Hacker way.

The Hacker Way is an approach to building that involves continuous improvement and iteration. Hackers believe that something can always be better, and that nothing is ever complete. They just have to go fix it — often in the face of people who say it’s impossible or are content with the status quo.

Sono parole che ti motivano, specialmente se ci credi veramente, come faccio io.

Sarebbe interessante vederne le implicazioni nell’uso che facciamo tutti i giorni della teconologia, tornerò a parlarne in futuro.

Non è solo una questione di abilità

In questo periodo mi trovo a portare avanti il progetto per una nuova applicazione (presto ne sentirete parlare) e mi sono accorto di un fatto interessante: a discapito di quello che si pensi, ottenere certi risultati qualitativi, ottenere un prodotto valido (applicazione, articolo o quant’altro) non è una mera questione di abilità tecnica.

Certe abilità che vengono considerate alla base per la realizzazione di qualcosa di grandioso vengono acquisite proprio durante la sua stessa realizzazione.
Mentre butto giù questo articolo imparo a scrivere meglio, mentre debuggo la mia applicazione imparo a non commettere due volte gli stessi errori.

Oltre a questo un grande fattore di crescita e indicatore della qualità finale di quello che state facendo è quanto vi importi, quanto tempo e fatica siate disposti a investirci.

La qualità, che ci crediate o no, deriva da questo. Il resto sono solo scuse che usiamo per giustificare i fallimenti dovuti al poco impegno che mettiamo nelle cose di cui non ci importa veramente.

Signal vs. Noise

I sistemi digitali sono progettati per essere in grado di interpretare segnali elettrici che, a seconda del voltaggio, vengono classificati come 0 o 1.

Il disturbo (rumore), dovuto ai fattori ambientali in cui il sistema digitale lavora, può causare una corruzione del segnale e quindi dell’informazione trasmessa.

Di solito non sono comuni le analogie tra un sistema digitale e un essere umano, ma in questo caso mi sento di farne una: il rumore, la distrazione in cui ogni giorni siamo continuamente immersi corrompono i “segnali” proprio come nei sistemi digitali, deviano impercettibilmente il nostro pensiero.

I sistemi digitali hanno algoritmi per verificare la validità dell’informazione trasmessa e ciò riduce drasticamente le possibilità di errore, noi no.

Oserei dire che, nel caso di noi umani, il rumore può finire per coprire del tutto il segnale.